Don Bosco: “ragione, religione, amorevolezza”

Don Giovanni BoscoTra i genitori ai bordi dei campi sportivi parrocchiali, tra quelli in attesa dell’uscita dei bambini dal catechismo, ma pure in certi incontri formativi, capita costantemente di sentire frasi come: “I giovani sono giovani e anche noi alla loro età abbiamo sbagliato: lasciamo sbagliare anche loro”; oppure “non possiamo costringere i giovani a fare quello che per me è una cosa buona; magari per lui non è buono”.

Oppure ancora: “se non si divertono da giovani, quando potranno farlo?”; infine: “noi adulti non dobbiamo intervenire più di tanto, perché alla fine i giovani capiscono da soli quel che devono fare”. E via dicendo. Queste frasi ricorrenti, hanno come conseguenza diretta la cultura del  “che male c’è”.

Che male c’è nell’abbandonare la Chiesa ed i Sacramenti il giorno dopo la Cresima? Che male c’è nell’andare all’oratorio quando non si hanno cose più interessanti? Che male c’è nell’avere, prima possibile e nell’ordine: smartphone, tablet, motorino ed auto? Che male c’è nel vivere relazioni affettive finché durano e finché ci si soddisfa reciprocamente in ogni senso e con ogni combinazione? Che male c’è nel passare il proprio tempo libero nell’ozio, senza riferimento alcuno ad opere di bene e di servizio agli altri?

Che male c’è ad organizzare festini privati a base di alcool, sesso e sostanze? Che male c’è? In fin dei conti si è giovani una sola volta! A queste frasi, nelle comunità cristiane, troppo spesso non si risponde: le si dà per acquisite come parte dello spirito dei tempi e si tace per paura di sentirsi accusare di incapacità di dialogo.

Così, in pochi anni, si è passati dal confrontarsi, magari sbagliando, a muso duro, all’ascolto degli altri prima di parlare, fino alle mancate risposte, peccando di omissione.

A don Bosco, che non temeva di dire oltre che di fare, è successo di tutto: i benpensanti del suo tempo lo hanno dichiarato pazzo, lo hanno accusato di plagiare la gioventù perché fino alla morte non si è mai stancato di parlare di Gesù Cristo, di esortare a fare il bene e a star lontano dal male, di indicare la via stretta del confronto col Vangelo come unico metro di giudizio per la vita quotidiana e per i singoli comportamenti; lo hanno accusato perché il suo programma educativo non scritto, ma incarnato, si fondava ragione, religione, amorevolezza.

Ed oggi sarebbe considerato, come purtroppo succede a tanti educatori dalle loro stesse comunità, uno che frustra la libertà, che impone la verità, uno che crede di aver ragione, mentre nel mondo le idee, anche quelle religiose, sono tante e tutte hanno in fondo lo stesso valore. Insomma, guardando indietro e stando a queste premesse, don Bosco era “cattivo”. (AGD, Marco ed Emanuele Brusati)

 

 

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