“La nuova pestilenza” riflessioni di Bruno Fantozzi

“Il Coronavirus mi ricorda due film:”Il settimo sigillo” di Ingmar Bergman (1958) e “Il giudizio universale” di De Sica, (1961). Lo scenario si è riproposto. Siamo chiusi in casa, per evitare il contagio della peste, nuova e sconosciuta. Viviamo un paradosso. Da una parte il progresso, con le sue certezze, i dati sicuri e verificati, con l’idea che tutto sia chiaro, compreso e riproducibile. La scienza, inattaccabile, orgogliosa delle sue conquiste e delle vittorie ottenute su malattie ancora ieri pensate incurabili.

E la realtà di oggi, che ci trova disarmati, il mondo contagiato da una pestilenza sconosciuta, che ci vede indifesi e inermi a fronteggiare un nemico ignoto, che dobbiamo identificare e ancora studiare per trovarne il punto debole, organizzare la difesa.

Ripiombati in un medioevo. Che ripropone, a distanza di secoli, le stesse domande, le stesse angosce, le stesse paure.

Certo, con profonde differenze. Oggi attendiamo risposte dalla scienza, ne abbiamo la certezza. Il morbo ha spiegazioni scientifiche, le attendiamo con fiducia, sicuri dei futuri rimedi.

Ma c’è il contagio. Invisibile. Quanti morti. Perché? La probabilità personale di esservi compresi. Serrati in casa, con la quotidiana conta aggiornata. Numeri, dentro i quali speriamo di non leggere il nome dei nostri cari.

Nel nostro quotidiano irrompe prepotentemente la ricerca di una spiegazione, ci prende la stessa ansia dell’ignoto che l’uomo ha sempre vissuto, nel percorso della sua lunga storia, da quando ne è diventato consapevole.

L’eterno gioco della vita e della morte. Le domande che l’uomo si è sempre posto nell’arco della sua vita. Tutte racchiuse in un’unica domanda. Non esiste la vita senza la morte. 

La scienza, la religione, le filosofie, tutto lo scibile umano da sempre si confronta con la fine della nostra vita.

La fine del viaggio. Il viaggio, la metafora della ricerca. Perché la nascita, perché la morte.

La solitudine della morte. Oggi, contagiati, si muore più soli, lontani anche dall’ultimo sguardo di chi ti vuol bene. Un’assenza che rende più orribile il distacco.

Papa Francesco sale solo nella piazza vuota. Simbolo possente della solitudine dell’uomo, solo davanti al mistero. E la domanda, “Dio dove sei?” Un uomo, stanco e solo, che osa benedire Urbi et Orbi, una benedizione per tutti, i cristiani, i mussulmani, i buddisti, … e per i non credenti. Tutti uguali, in un mondo dove ogni religione deve smettere di considerarsi l’unica depositaria della verità, e dove gli uomini siano veramente liberi di credere o di non aver fede. La propria fede non più usata come un’arma, ma, per chi la possiede, accettata come un dono.

Un Papa che nella pioggia confessa “ci siamo ritrovati impauriti e smarriti” e “non lasciarci in balia della tempesta”, “svegliati, Signore! Salvaci!”.

Un Papa che sottolinea la vulnerabilità umana, la paura che ci fa ritornare all’idea di Dio.

Il Papa davanti ad un Crocefisso miracoloso, della stessa fattura medioevale di quello portato in processione dagli appestati di un film del 1958, Il settimo sigillo di Ingmar Bergman. Un bianco e nero fortemente contrastato, un capolavoro universale, astratto, allegorico. La forza espressiva del simbolo. 

Una metafora universale, la peste medioevale e l’epidemia di oggi, identico lo scenario apocalittico. Ieri uomini indifesi, che non conoscono la causa del contagio, che portano in processione il Cristo e ignorano che, così ammassati, si infetteranno sempre più. Oggi tutti noi, cittadini ricchi di un sapere diffuso e condiviso, che, isolati dietro le mascherine, sperano di evitare il contagio in fila davanti al supermercato…

Il rapporto con la morte, che gioca a scacchi col protagonista, Antonius Block, reduce dalla Terra Santa. Un crociato credente, ma tuttavia dubbioso su cosa c’è dopo la morte, che si chiede se, senza questa speranza del dopo, sia possibile vivere. Antitetico al suo scudiero Jòns, ateo moderno, che irride l’idea di un Dio inventato dall’uomo, che fa combattere e uccidere nel suo nome.

La partita a scacchi con la Morte, la metafora della lotta della vita per la vita. Un capolavoro assoluto. Ma, senza un dopo, qual è il senso della vita? La risposta può essere di condividere anche solo le piccole cose. Block apprezza le fragole e il latte appena munto, nella serenità di una famigliola di attori saltimbanchi. Unici che si salvano dalla morte. Altra metafora del senso immortale della famiglia, la speranza che la vita continua. Con l’arte, eterna

Il futuro. In tutte le catastrofi emerge impellente la speranza del futuro. Quando ci sentiamo vicini al limite, ad un passo dal ciglio del burrone, ci nutriamo di buoni propositi. Un esame di coscienza collettivo, che ci fa promettere un domani diverso, emergono tutti i buoni propositi. Saremo più onesti, meno egocentrici, più disponibili all’altro. Adesso identifichiamo con chiarezza gli errori di ieri, e ci proponiamo un domani diverso. Come se la società dei consumi globalizzata, le multinazionali di cui noi siamo complici con i nostri acquisti, ci permettessero un così epocale cambio di rotta!

Però ne siamo tutti convinti. A parole. Concedendoci un po’ di amara ironia…

Il giudizio universale di De Sica, un film del 1961, descrive che improvvisamente dal cielo una voce informa, alle 18, l’inizio del diluvio universale. Nella Napoli dei luoghi comuni e delle cattive abitudini, una ridda di personaggi dapprima non dà peso all’annuncio, ma quando la pioggia si fa violenta, in tutti il dubbio si fa strada: è veramente il giudizio universale? Ogni personaggio mette in discussione i propri abituali comportamenti e, con la paura della fine, tutti si ripropongono di cambiare vita. Ricchi annoiati, maneggioni e truffatori, persino un cinico individuo che vende bambini a coppie sterili in America, tutti diventano più buoni, generosi, altruisti, credenti e religiosi. Una meschina umanità che si agita alla ricerca di una possibile salvezza nel pentimento.

Poi, com’era incominciato, il diluvio finisce, la pioggia si placa, torna il sereno. La voce dal cielo conferma la fine del diluvio universale.

E tutti riprendono le abituali, cattive abitudini. Il sempiterno balletto della miseria umana.

Il futuro ci attende…”

Bruno Fantozzi
3 aprile 2020

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