Tartufo bianco del Monferrato: sarà il Dna a dire se è veramente autentico

Vito Rubino, Maurizio Aceto e Guido Lingua, docenti dell’Università del Piemonte Orientale interessati da diverse prospettive all’ambito della tracciabilità dei prodotti, hanno messo a punto un progetto per certificare l’origine di uno dei “prodotti per eccellenza” del territorio piemontese: il tartufo.

Negli ultimi anni il turismo sta puntando sempre più su percorsi esperienziali che affiancano alle bellezze del territorio la gastronomia e la cultura: in tempi di perdita di identità per la globalizzazione c’è una richiesta crescente di conoscenza delle popolazioni locali, delle tradizioni e dei gusti dei luoghi visitati.

Grazie anche a questa tendenza il Monferrato ha ottenuto dall’Unesco il riconoscimento di “patrimonio mondiale dell’umanità” per il paesaggio vitivinicolo straordinario delle sue colline, modellate dalla mano dell’uomo. Il territorio ha, però, molte altre eccellenze che meritano di essere a loro volta conosciute e valorizzate in quanto potenziale volano di iniziative di incoming turistico di grande importanza: fra queste c’è anzitutto il tartufo bianco di qualità.

I documenti storici scovati dal noto ristoratore Franco Novelli di Alice Bel Colle, grande appassionato di tartufi, “trifulau” e ispiratore, insieme ai docenti UPO, di questa iniziativa, segnalano come già nel Settecento il Monferrato inviasse al Re “un rubbo” dei propri tartufi bianchi, unità di misura esclusivamente nota nel territorio e pari a ben 8 chili e 230 grammi. Se alla corte sabauda tanto bastava per gradire il generoso omaggio della nostra terra, oggi, in tempi di globalizzazione dei mercati e di crescente timore per le frodi riguardanti l’origine dei prodotti, i consumatori chiedono garanzie: l’alto valore del tartufo bianco pregiato e la sua eccezionalità devono essere accompagnati dalla certezza sull’origine. Questo dato, infatti, non è per nulla scontato: la filiera si è sempre basata sulla fiducia verso cavatori e commercianti, non essendo fino ad ora disponibili altri mezzi di verifica della provenienza del prodotto.

La situazione potrebbe, tuttavia, cambiare in tempi brevi. I professori Vito Rubino del Dipartimento di Studi per l’economia e l’impresa (DISEI), Guido Lingua e Maurizio Aceto del Dipartimento di Scienze e innovazione tecnologica (DISIT) dell’Università del Piemonte Orientale, raccogliendo un appello dei sindaci dei piccoli comuni dell’Alto Monferrato, hanno messo a punto un progetto che punta alla tracciabilità analitica del prodotto e all’eliminazione dei dubbi circa la provenienza del tartufo.

«Si tratta di un passo in avanti fondamentale per la filiera — commenta Vito Rubino, docente di diritto alimentare e dell’Unione europea all’UPO —. Grazie a questo studio sarà possibile individuare l’impronta digitale del territorio nel prodotto, e tutto ciò attraverso la creazione di una banca dati del DNA dei tartufi del Monferrato e l’analisi di microelementi chimici caratteristici delle tartufaie naturali della zona. In questo modo il Monferrato potrebbe rispondere all’appello lanciato dal piano di filiera del Ministero delle Politiche Agricole del 2017, in cui i territori venivano invitati a investire sull’autenticazione e sulla tracciabilità dei propri prodotti.»

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