Lettera al sindaco di Canelli per l’Intitolazione di una via ai deportati e internati

“Gentile signor sindaco, sono Menabreaz Gianna una del gruppo di persone che nel 2005 hanno ideato e poi concretizzato l’idea di costituire “Memoria viva” con le professoresse delle medie, con le maestre ed il dott, Mauro Stroppiana.

Abbiamo incominciato con l’interessarci delle storie dei nostri deportati di cui ben pochi conoscevano l’esistenza.

Io che non lavoravo mi sono impegnata, coadiuvata da mio marito, a filmare, intervistare i reduci che all’inizio furono poco propensi ad aprirsi, non avendolo fatto per tutta la vita. Tuttavia, dietro le nostre insistenze accettarono e si rivelarono un fiume in piena.

Questo lavoro di memoria è stato sconvolgente. Ho visto gente che era stata in Montenegro con mio padre e altri che ad un certo punto scoppiavano in lacrime come bambini, non per quel che avevano patito loro, ma nel ricordo straziante di un amico morto o di fatti criminosi collettivi subiti.

In quel momento mi sentivo madre e li vedevo come miei figli, il cui dolore nessuno poteva consolare. È stata un’esperienza terribile e meravigliosa, che mi ha segnato molto. Ho registrato la loro voce che ho riportato nel libro, quasi parola per parola per essere fedele al racconto.

Oggi posso dire di considerarmi la loro memoria, perché ricordo ognuno proprio come mi parlasse ancora. Quasi tutti sono morti, ma li considero i miei “deportati” perché mi hanno aperto il loro intimo più segreto.

Oggi le cose sono cambiate, le professoresse e la preside di allora si sono ritirate e del gruppo originale siamo rimasti io ed il Dottor Stroppiana. Con alcune persone del direttivo di oggi non mi sono più ritrovata, per le diverse scelte che non possono appartenere alla mia etica ed alla collaborazione iniziale che non esiste più per l’unica scelta che appartiene a qualcuno.

Io mi sono defilata con gran dolore ed umiliazione, ma oggi ho qualcosa da gridare a gran voce. Mi hanno riferito che si vuole intestare una via o un sito ai “Deportati ed agli Internati” cosa che sempre avremmo desiderato, insieme al monumento che abbiamo fatto erigere ai Caffi, su grande richiesta dei deportati che hanno voluto ricordare i compagni morti.

Ricordare questi uomini è stato sempre per noi di grande importanza. Oggi non sono assolutamente d’accordo che si metta in rilievo il nome di uno solo di loro perché ruberebbe visibilità agli altri deportati (definisco con questo termine Primo Levi fino ad arrivare all’ultimo disabile che ha subito questo sopruso), per la dignità ed il ricordo di ognuno di loro, di quelli che morirono prima e di quelli che sono morti nei campi e appena dopo il ritorno (di cui le faccio avere un ricordo). Per me che ho sempre taciuto e leccato le mie ferite in silenzio, tutti hanno uguale dignità e diritto al ricordo come le famiglie di ognuno di loro.

Canelli ha sempre avuto la memoria molto corta perché voglio ricordarle che il Campo sportivo, nel primo dopoguerra, era stato intitolato al Capitano Aldo Aliberti, grande sportivo, un eroe per i suoi alpini (lo ricordava sempre mio padre piangendo, davanti a me l’ultima volta che gli fece visita, e fu accompagnato con gran dolore dai suoi soldati e i deportati con lui), ma ben presto dimenticato.

Voglio anche ricordarle che con tutto il parlare che si fa oggi di memoria si dovrebbe intitolare a questi deportati ed internati un luogo adeguato dove portare i ragazzi perché comprendano cosa è stato non solo per gli ebrei, ma anche per tutti quelli che sono morti per la follia nazifascista. Oggi che nelle scuole vado a ‘fare memoria’ ai nostri ragazzi, spero che il mio desiderio sia esaudito e se proprio non si può dedicare un luogo degno spero piuttosto che si aspetti o che non si faccia niente. A differenza di Memoria Viva che mi pare accettare un luogo pur che sia, forse perché non ha nemmeno conosciuto quegli uomini ed ora vuole essere moderna.

Mi scusi lo sfogo di vecchia signora, ma avendola conosciuta all’università della terza età, spero nella sua comprensione e nel procedere secondo coscienza, anche nel rispetto dei parenti che ancora oggi non hanno ottenuto giustizia terrena (non hanno ricevuto neppure un piccolo risarcimento di quanto la Germania ha dato) ed ora vedono negato quanto avvenne negli anni 1943-1945.

Sarebbe auspicabile intitolare col nome “Dei deportati ed internati” “via al Belbo” oppure un giardino o un luogo sportivo, basterebbe anche un muro centrale o una pietra nel giardino del Municipio accanto a quelle dei partigiani. Con il desiderio di ricordare chi ha sofferto per la Patria e che non va dimenticato da un paese come Canelli che, sono certa, ama tutti i suoi figli.

La saluto con rispetto.”

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