Agd: Caporalato anche in Piemonte

Contratti regolari, alloggi e controlli: dalla denuncia della Caritas di Alba una responsabilità per tutta la filiera agricola.
La denuncia della Caritas di Alba e del vescovo Marco

 

Caporalato in Piemonte, servono risposte oltre l’emergenza
Contratti regolari, alloggi e controlli: dalla denuncia della Caritas di Alba una responsabilità per tutta la filiera agricola.

La denuncia della Caritas di Alba e del vescovo Marco Brunetti sull’«altra vendemmia», dei giorni scorsi, riguarda una questione che attraversa l’intera agricoltura piemontese. Dalla frutticoltura del Saluzzese ai vigneti delle Langhe, del Roero, dell’Astigiano e dell’Alessandrino, lo sfruttamento della manodopera richiede interventi coordinati su contratti, accoglienza e controlli.

Di fronte alle intimidazioni subite dai responsabili della Caritas, denunciare è un dovere evangelico e civile. La comunità cristiana deve sostenere chi difende i lavoratori e contribuire a far emergere le irregolarità. Le esigenze del mercato e i tempi delle raccolte non possono giustificare la riduzione dei diritti.

Secondo le stime dell’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai-Cgil, in Piemonte sono tra 8 mila e 10 mila i lavoratori a rischio sfruttamento o caporalato. I numeri dei territori aiutano a comprendere la dimensione del problema.

Le aree in Piemonte dove lavorano oltre 13mila stagionali
Nel Saluzzese arrivano ogni anno oltre 13 mila stagionali per le raccolte frutticole: la fascia esposta all’irregolarità o al rischio di caporalato è stimata tra 2 mila e 3 mila persone. Nelle Langhe e nel Roero sono oltre 6 mila gli addetti alle vendemmie, più della metà stagionali, con una stima di 1.500–2 mila lavoratori nell’area di rischio.

Nell’Astigiano e nell’Alessandrino, tra viticoltura, nocciole e orticoltura, vengono indicati circa 5 mila stagionali e 2 mila persone a rischio. Nell’Astigiano sono segnalate almeno 32 località con criticità legate all’intermediazione illecita e al lavoro irregolare, che interessano circa 2 mila braccianti.

Il Torinese conta oltre 6 mila addetti agricoli, circa un quarto dei quali stranieri extracomunitari; la stima delle persone esposte all’irregolarità o al rischio di caporalato è di mille–1.500. Sono categorie e ambiti territoriali in parte differenti, che non possono essere sommati automaticamente, ma mostrano quanto sia necessario tutelare il lavoro agricolo.

Lo sfruttamento assume forme diverse
Lo sfruttamento assume forme diverse: cooperative spurie, appalti fittizi, giornate dichiarate inferiori a quelle effettivamente lavorate. Le inchieste territoriali e i dossier sindacali hanno evidenziato, in singole aree, un volume d’affari illegale legato all’intermediazione fittizia fino a 40 milioni di euro in due anni, con salari ridotti del 30–50 per cento rispetto ai minimi contrattuali. Nei casi più gravi emergono paghe fino a 2 euro l’ora.

Il controllo sui lavoratori passa anche dai servizi indispensabili: trasporto verso i campi e posti letto possono costare trattenute di 200–300 euro al mese, anche per sistemazioni sovraffollate. La mancanza di alternative abitative accresce la dipendenza dagli intermediari.

Il fenomeno si inserisce in un’economia regionale nella quale le elaborazioni su dati Istat e le analisi della CGIA di Mestre indicano circa 162 mila occupati irregolari, nei diversi settori, e quasi 4,9 miliardi di euro l’anno di valore aggiunto sommerso. A fronte di un tasso medio di irregolarità attorno all’8,5 per cento, nel comparto agricolo del Torinese e di alcune vallate vengono segnalate quote di lavoro non regolare o grigio fino al 38 per cento. Il sommerso non coincide con il caporalato, ma costituisce un contesto nel quale lo sfruttamento può svilupparsi.

In Valle d’Aosta gli stagionali sono stimati tra mille e 1.500, impiegati soprattutto negli alpeggi, nelle stalle e nelle vendemmie. Le criticità riguardano gli orari prolungati, il lavoro non registrato nei picchi estivi e la difficoltà di verificare le condizioni della manodopera negli alpeggi isolati.

La risposta deve partire dalla programmazione. L’arrivo degli stagionali è prevedibile: alloggi dignitosi, trasporti regolari e accesso ai servizi sanitari devono essere organizzati prima delle raccolte. Alle imprese chiediamo assunzioni dirette, contratti trasparenti e compensi equi; alle istituzioni, il rafforzamento dei controlli e del coordinamento territoriale.

Rispettare i protocolli con le Prefetture
I protocolli con le Prefetture, l’accoglienza diffusa nel Saluzzese, i presidi sindacali e le Brigate del lavoro della Flai-Cgil rappresentano esperienze da sostenere. Il Tavolo regionale sul caporalato riunisce istituzioni, organi di controllo, Flai-Cgil, Fai-Cisl, Uila-Uil, Coldiretti, Confagricoltura e Cia: deve favorire il monitoraggio dei flussi e gli interventi nei periodi di maggiore attività. Anche la Rete del lavoro agricolo di qualità, gestita dall’Inps, è uno strumento da valorizzare.

Le diocesi piemontesi e valdostane possono contribuire attraverso un’azione comune di ascolto, accoglienza e tutela. La Giornata nazionale del Ringraziamento dell’8 novembre, dedicata a «Sguardi di gratitudine e di speranza per le aree interne del Paese», ci richiama proprio al legame tra cura del territorio e dignità delle persone.

Contrastare lo spopolamento, sostenere l’agricoltura familiare e offrire opportunità ai giovani richiede un lavoro remunerato correttamente. Nella mia libera lettura della testimonianza di sant’Isidoro, patrono degli agricoltori, questo impegno prende la forma dell’accoglienza, della solidarietà e della difesa dei diritti. La qualità delle nostre produzioni deve trovare riscontro nelle condizioni di chi le rende possibili.

Gaetano Quadrelli, Responsabile regionale dell’Ufficio della Pastorale sociale e del lavoro di Piemonte e Valle d’Aosta

Brunetti sull’«altra vendemmia», dei giorni scorsi, riguarda una questione che attraversa l’intera agricoltura piemontese. Dalla frutticoltura del Saluzzese ai vigneti delle Langhe, del Roero, dell’Astigiano e dell’Alessandrino, lo sfruttamento della manodopera richiede interventi coordinati su contratti, accoglienza e controlli.Di fronte alle intimidazioni subite dai responsabili della Caritas, denunciare è un dovere evangelico e civile. La comunità cristiana deve sostenere chi difende i lavoratori e contribuire a far emergere le irregolarità. Le esigenze del mercato e i tempi delle raccolte non possono giustificare la riduzione dei diritti.Secondo le stime dell’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai-Cgil, in Piemonte sono tra 8 mila e 10 mila i lavoratori a rischio sfruttamento o caporalato. I numeri dei territori aiutano a comprendere la dimensione del problema.

Le aree in Piemonte dove lavorano oltre 13mila stagionali

Nel Saluzzese arrivano ogni anno oltre 13 mila stagionali per le raccolte frutticole: la fascia esposta all’irregolarità o al rischio di caporalato è stimata tra 2 mila e 3 mila persone. Nelle Langhe e nel Roero sono oltre 6 mila gli addetti alle vendemmie, più della metà stagionali, con una stima di 1.500–2 mila lavoratori nell’area di rischio.Nell’Astigiano e nell’Alessandrino, tra viticoltura, nocciole e orticoltura, vengono indicati circa 5 mila stagionali e 2 mila persone a rischio. Nell’Astigiano sono segnalate almeno 32 località con criticità legate all’intermediazione illecita e al lavoro irregolare, che interessano circa 2 mila braccianti.Il Torinese conta oltre 6 mila addetti agricoli, circa un quarto dei quali stranieri extracomunitari; la stima delle persone esposte all’irregolarità o al rischio di caporalato è di mille–1.500. Sono categorie e ambiti territoriali in parte differenti, che non possono essere sommati automaticamente, ma mostrano quanto sia necessario tutelare il lavoro agricolo.

Lo sfruttamento assume forme diverse

Lo sfruttamento assume forme diverse: cooperative spurie, appalti fittizi, giornate dichiarate inferiori a quelle effettivamente lavorate. Le inchieste territoriali e i dossier sindacali hanno evidenziato, in singole aree, un volume d’affari illegale legato all’intermediazione fittizia fino a 40 milioni di euro in due anni, con salari ridotti del 30–50 per cento rispetto ai minimi contrattuali. Nei casi più gravi emergono paghe fino a 2 euro l’ora.Il controllo sui lavoratori passa anche dai servizi indispensabili: trasporto verso i campi e posti letto possono costare trattenute di 200–300 euro al mese, anche per sistemazioni sovraffollate. La mancanza di alternative abitative accresce la dipendenza dagli intermediari.Il fenomeno si inserisce in un’economia regionale nella quale le elaborazioni su dati Istat e le analisi della CGIA di Mestre indicano circa 162 mila occupati irregolari, nei diversi settori, e quasi 4,9 miliardi di euro l’anno di valore aggiunto sommerso. A fronte di un tasso medio di irregolarità attorno all’8,5 per cento, nel comparto agricolo del Torinese e di alcune vallate vengono segnalate quote di lavoro non regolare o grigio fino al 38 per cento. Il sommerso non coincide con il caporalato, ma costituisce un contesto nel quale lo sfruttamento può svilupparsi.In Valle d’Aosta gli stagionali sono stimati tra mille e 1.500, impiegati soprattutto negli alpeggi, nelle stalle e nelle vendemmie. Le criticità riguardano gli orari prolungati, il lavoro non registrato nei picchi estivi e la difficoltà di verificare le condizioni della manodopera negli alpeggi isolati.La risposta deve partire dalla programmazione. L’arrivo degli stagionali è prevedibile: alloggi dignitosi, trasporti regolari e accesso ai servizi sanitari devono essere organizzati prima delle raccolte. Alle imprese chiediamo assunzioni dirette, contratti trasparenti e compensi equi; alle istituzioni, il rafforzamento dei controlli e del coordinamento territoriale.

Rispettare i protocolli con le Prefetture

I protocolli con le Prefetture, l’accoglienza diffusa nel Saluzzese, i presidi sindacali e le Brigate del lavoro della Flai-Cgil rappresentano esperienze da sostenere. Il Tavolo regionale sul caporalato riunisce istituzioni, organi di controllo, Flai-Cgil, Fai-Cisl, Uila-Uil, Coldiretti, Confagricoltura e Cia: deve favorire il monitoraggio dei flussi e gli interventi nei periodi di maggiore attività. Anche la Rete del lavoro agricolo di qualità, gestita dall’Inps, è uno strumento da valorizzare.Le diocesi piemontesi e valdostane possono contribuire attraverso un’azione comune di ascolto, accoglienza e tutela. La Giornata nazionale del Ringraziamento dell’8 novembre, dedicata a «Sguardi di gratitudine e di speranza per le aree interne del Paese», ci richiama proprio al legame tra cura del territorio e dignità delle persone.Contrastare lo spopolamento, sostenere l’agricoltura familiare e offrire opportunità ai giovani richiede un lavoro remunerato correttamente. Nella mia libera lettura della testimonianza di sant’Isidoro, patrono degli agricoltori, questo impegno prende la forma dell’accoglienza, della solidarietà e della difesa dei diritti. La qualità delle nostre produzioni deve trovare riscontro nelle condizioni di chi le rende possibili.

Gaetano Quadrelli
Responsabile regionale dell’Ufficio della Pastorale sociale e del lavoro di Piemonte e Valle d’Aosta

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