
Mons. Daniele Salera, vescovo di Ivrea dal 16 dicembre 2024: «Non bastano gli incentivi economici. Occorre sostenere le famiglie e ricostruire fiducia nel futuro».
Il Piemonte invecchia e le culle si svuotano. Nel 2024 sono nati appena 24.583 bambini, circa 15mila in meno rispetto al 2008. Oltre un piemontese su quattro ha almeno 65 anni e gli anziani sono quasi due volte e mezzo i ragazzi sotto i 15 anni. Una trasformazione che interroga il futuro del lavoro, del welfare, delle comunità e delle politiche di integrazione. Ne parliamo con monsignor Daniele Salera, da quasi due anni vescovo di Ivrea, laureato in Sociologia e delegato per la famiglia, i giovani, le vocazioni e la vita della Conferenza episcopale piemontese. È tra i promotori di “Cantiere natalità: verso un nuovo equilibrio vita-lavoro”, il convegno organizzato da Diocesi di Ivrea e Confindustria Canavese venerdì 30 ottobre, dalle 9.30, alle Officine H. Un luogo simbolo dell’eredità di Adriano Olivetti, dove Chiesa, imprese, istituzioni, studiosi e giovani si confronteranno su una sfida che riguarda l’intera società.
Eccellenza, perché la Chiesa ha scelto di sedersi allo stesso tavolo con il mondo produttivo? Non si rischia di ridurre la nascita di un figlio a una questione economica?
L’idea nasce dall’incontro con Paolo Conta, allora presidente di Confindustria Ivrea e Canavese, cui da pochi giorni è succeduto Augusto Gemignani. Volevamo individuare temi comuni sui quali promuovere un progetto culturale condiviso. La natalità ci è sembrata un terreno particolarmente fecondo. Non vogliamo ridurla ad una questione economica, ma inserirla nel contesto di una riflessione relativa a quello che Conta ha definito un “nuovo umanesimo”. Dopo aver partecipato più volte agli Stati Generali della Natalità, ho pensato di portare questo confronto anche nel Canavese. Il prossimo appuntamento nazionale sarà a Roma il 25 e 26 novembre, promosso dalla Fondazione per la Natalità presieduta da Gigi De Palo, che modererà il convegno di Ivrea. È importante che questo tema, fino a pochi anni fa quasi di nicchia, sia oggi sempre più presente nel dibattito pubblico. La crisi demografica riguarda l’Italia, l’Europa e, con caratteristiche diverse, altre parti del mondo. Non può essere un argomento divisivo, di destra o di sinistra, di credenti o non credenti. Riguarda tutti.
Il convegno si svolgerà alle Officine H, luogo simbolo dell’esperienza olivettiana. Che cosa resta oggi della visione di Adriano Olivetti, capace di coniugare impresa, lavoro e benessere delle famiglie?
Il ricordo di Olivetti è ancora molto vivo nel Canavese e la sua intuizione continua a essere considerata profetica. Lavorare in Olivetti non significava soltanto avere un’occupazione sicura, ma poter crescere professionalmente e socialmente. C’era un rapporto strettissimo con il territorio e con la formazione dei giovani. Soprattutto esisteva un sistema di welfare molto avanzato, attento alla salute, al tempo libero, allo sport, ai figli. Era una visione della persona a 360 gradi. Molti mi raccontano di essere arrivati qui da altre regioni e di aver trovato non soltanto un lavoro, ma un contesto nel quale vivere bene. Un’eredità che merita di non essere dispersa.
Di natalità si parla molto, ma spesso le risposte si limitano a incentivi occasionali. Che cosa chiede concretamente la Chiesa alle istituzioni? E che cosa resterà dopo il convegno?
Come episcopato italiano siamo ancora prevalentemente sul terreno delle sollecitazioni più che su quello di un progetto culturale organico. Il mio auspicio è che questo tema diventi un progetto condiviso. Il convegno del 30 ottobre è un primo appuntamento di un percorso che desideriamo proseguire nel tempo. Un lavoro importante è già stato avviato dal laicato cattolico, in particolare da Gigi De Palo, dalla Fondazione per la Natalità e dal Forum nazionale delle associazioni familiari. È un esempio concreto della responsabilità affidata dal Concilio Vaticano II ai laici nel mondo. Come vescovi dobbiamo sostenere, difendere e promuovere questo impegno. Ma servono anche scelte politiche capaci di trasformare le proposte in interventi strutturali.
Papa Leone XIV ha parlato di una “pandemia della solitudine” e della paura del futuro. Quanto pesa questa dimensione culturale nella scelta di non avere figli?
La crisi della natalità è un problema articolato. Ci sono questioni concrete: retribuzioni insufficienti, soprattutto per i giovani, precarietà lavorativa, difficoltà ad avere una casa, una tassazione che non sostiene adeguatamente le famiglie, carenza di servizi per l’infanzia. Oggi la nascita di un figlio rischia di comportare un impoverimento per la famiglia. Ma c’è anche una questione culturale che riguarda le relazioni, gli stili di vita e la speranza. Tempo fa ho letto con interesse una riflessione di Federico Fubini sul Corriere della Sera che mette in relazione il calo delle nascite con la diffusione degli smartphone e dei social. È una correlazione sulla quale si stanno sviluppando studi interessanti e che merita attenzione. Questo strumento tecnologico può favorire l’ isolamento. Dobbiamo quindi interrogarci non soltanto sulle condizioni economiche, ma anche su come viviamo e quale futuro riusciamo a immaginare.
Quale contributo possono offrire concretamente le comunità cristiane?
Anzitutto sostenere i laici già impegnati in questo contesto, poi “liberare” i temi correlati al calo demografico da un dibattito riservato agli specialisti. Come delegato per la famiglia e i giovani della Conferenza episcopale piemontese ho invitato al convegno i responsabili degli uffici diocesani per la famiglia della regione. A Ivrea sono coinvolti anche gli uffici della Cultura e della Pastorale sociale e del lavoro. Abbiamo invitato gli studenti delle classi quarte e quinte delle scuole superiori del Canavese, alcuni dei quali saranno intervistati durante la mattinata. È fondamentale ascoltare i giovani, perché stiamo parlando del loro futuro. Serve un lavoro capillare, una rete trasversale che faccia crescere una sensibilità comune anche dopo il convegno.
In Piemonte c’è un dato che sembra andare controcorrente: nei primi mesi del 2026 all’ospedale Santo Spirito di Casale Monferrato i parti sono aumentati del 40%. Che cosa insegna questa esperienza?
È un segnale interessante, anche se non possiamo considerarlo la prova di un’inversione generale di tendenza. Mi ha colpito soprattutto la rete di servizi e consultori che accompagna le donne fin dall’inizio della gravidanza e continua a sostenerle dopo il parto. È una filiera di servizi che non si interrompe con la nascita del bambino. Quando le famiglie non vengono lasciate sole e trovano istituzioni capaci di accompagnarle, si creano condizioni più favorevoli per accogliere una nuova vita. È un’esperienza dalla quale possiamo imparare.
Crisi demografica da un lato e una popolazione sempre più anziana dall’altro. Una spesa sociale crescente e territori che si spopolano. Quale ruolo può avere l’immigrazione?
Sono questioni strettamente collegate che dovrebbero essere affrontate senza pregiudizi ideologici. L’Italia ha un’aspettativa di vita molto elevata e una parte crescente delle risorse dello stato sociale sarà destinata alle necessità assistenziali e sanitarie degli anziani. Contemporaneamente diminuiscono i giovani e interi territori rischiano di perdere vitalità. Pensiamo alle scuole delle aree interne: in diverse realtà rimangono aperte anche grazie ai figli delle famiglie immigrate. La stessa Conferenza episcopale italiana ha rivolto alle istituzioni un appello contro il progressivo spopolamento delle aree interne. Migliorare i percorsi di accoglienza e integrazione può rappresentare una risposta concreta per mantenere scuole, servizi e comunità. Anche questo è un aspetto della crisi demografica che non possiamo ignorare. Abbiamo bisogno di amministratori capaci di raccogliere queste analisi e trasformarle in politiche per la famiglia e per la natalità.
Chiara Genisio
A G D – Agenzia Giornali Diocesani
Un convegno sulla denatalità in Piemonte si terrà a Ivrea venerdì 30 ottobre con il patrocinio della Conferenza episcopale piemontese, a cui parteciperanno anche gli uffici diocesani della famiglia delle varie diocesi.
