Flavescenza dorata: intervenire sul dna

Nel variegato mondo della Barbera c’è grande entusiasmo. Nel 2013, tra Barbera d’Asti, del Monferrato e Piemonte sono state imbottigliate oltre 46 milioni di etichette, di cui oltre 21 milioni di Barbera d’Asti docg. Nel 2014 si farà meglio, visto che già a settembre c’è un 6,14% in più di imbottigliamento.
Ma il problema della Flavescenza dorata non demorde, nonostante gli interventi di prevenzione fin qui attuati.
“Se non si troveranno rimedi in fretta – ha dichiarato Lorenzo Giordano, vice presidente del Consorzio della Barbera – fra qualche anno dei vigneti tutelati dall’Unesco rimarrà ben poco”.

Tra i rimedi da prendere in considerazione Giordano ha ricordato “l’impegno del Consorzio, supportato dalle Fondazioni delle Casse di risparmio, con capofila Cuneo, per la ricerca sulla Flavescenza dorata, non più mirata solo a sconfiggere l’insetto vettore, ma al dna della pianta”. Intervenire sul dna della pianta significa operare una trasformazione genetica della vite per conferirle la resistenza ai fitoplasmi che causano la malattia, diffusi dagli insetti vettori.

Il mondo del vino usa la tradizione come strumento di marketing. Questo è chiaramente in contrasto con l’uso di biotecnologie non ancora ‘digerite’ dalla maggior parte dei consumatori.
I produttori sono di fronte ad un dilemma: assistere passivamente alla diffusione della Flavescenza che sta distruggendo i vigneti o intervenire utilizzando le nuove tecnologie che la scienza mette a disposizione.

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